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2017, february — F (Italia) — In copertina Monica Bellucci

Dopo lo scontro con il diavolo, ora cerco la gentilezza

La sua è stata una vita passionale, alla costante ricerca del rischio, dello scottarsi col fuoco. Ma oggi, dopo il divorzio da Vincent Cassel, assistiamo al fiorire di una nuova Monica, sempre sensuale, ma più saggia, libera, matura, che riflette con pacatezza sul senso della vita, citando Kant. E anche se i registi continuano a offrirle ruoli estremi, come nella serie Mozart in the Jungle, lei ammette di non essere più attratta dalle «storie maledette», ma dal garbo e dalla signorilità di un uomo

Sul volto ha una luce abbagliante, la stessa che emana Trieste col suo mare scintillante in inverno. Dalla finestra della sua camera vede una piazza che sembra il set di un film. La stanza, dice, non è grande, ma molto cosy, accogliente. Quando non trova le parole, Monica Bellucci alterna all’italiano l’inglese o il francese. Così, per esempio, parlando dell’amore, maledetto diventa maudit. La sua dote di creare subito “casa” ovunque, la sperimento sulla pelle. Sto per dirigermi a fare l’intervista nella hall dell’albergo, ma lei mi fa strada verso l’ascensore. Destinazione: camera. È a Trieste per ricevere un premio importante per Sulla Via Lattea, film diretto e interpretato da Emir Kusturica che ha voluto proprio lei per il ruolo della protagonista. Via camicia e pantaloni neri, riappare in accappatoio bianco, corpo statuario, divino, “sartoriale”, rispetto a quelli prêt-à-porter, seriali, di tante attrici di oggi. Per spiegarmi il senso della vita secondo lei, cita un filosofo come Kant e la frase “solo due cose mi commuovono: il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me”. «Vuol dire che c’è una connessione tra l’universo e te. Tu fai parte dell’universo e le cose ti raggiungono da sole». Monica sta vivendo una nuova, bellissima fase della sua vita. «Oggi mi arrivano proposte di ruoli che 10 anni fa non avrei potuto fare». In tre anni, oltre al film di Kusturica, è stata Bond Girl, protagonista di Le meraviglie di Alice Rohrwacher, nel cast di Mozart in the Jungle, serie “politicamente scorretta” che mescola sesso, droga e musica classica, e anche del nuovo attesissimo capitolo di Twin Peaks di David Lynch, in onda in Italia a maggio.

Una sua scena in Mozart in the Jungle è già cult. Una donna cinquantenne che fa sesso con un ragazzo molto più giovane.

«La storia è quella di una cantante lirica in crisi perché ha perso i toni alti della sua voce. Rodrigo, giovane direttore d’orchestra interpretato da Gael García Bernal, le propone di tornare in scena. Da qui nasce anche una grande passione. Lei ha paura di invecchiare: è in crisi col suo talento, ma anche con la sua femminilità, il sesso è un’energia che la fa sentire di nuovo viva».

Ritirarsi dalle scene: ci ha mai pensato? 

È qualcosa che capisco. Stare sul palcoscenico è un dono di sé che uno può non aver più voglia di fare. Essere esposti alla luce logora. Una farfalla è attirata dalla fiamma, ma se si avvicina troppo si brucia».

Lei è da sempre sotto i riflettori: come ha fatto a non bruciarsi?

«Bisogna saperla gestire, la luce. E io ho lasciato in ombra una parte di me stessa. Non ho mai voluto che la mia vita privata facesse parte dello show».

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Ha ammesso di aver tradito, ma anche di essere stata tradita, di essere stata usata come un trofeo.
«In amicizia e in amore rischi sempre il tradimento. Se ti apri, ti esponi, puoi farti male. Ma se non ti apri, che vita è? Chi vive intensamente è sempre a rischio. Ma è l’unico modo di vivere che conosco. Sono una mangiatrice di vita».

Il sesso è sempre legato al sentimento?
«Quando sei giovane c’è un impulso sessuale fortissimo legato alla riproduzione. La cosa bella è che oggi non sono più schiava dell’impulso. È la testa che controlla il corpo. E non sento più lo sforzo, riesco a guidare questo istinto in tante direzioni diverse».

Un vantaggio dell’invecchiare? 

«La scoperta della libertà. Da ragazzi siamo divorati dalle paure. Invecchiando cominciamo a scavalcarle. La giovinezza ha una bellezza, un potere, che dissimula tutti i malanni, le fragilità: non per niente quando sei giovane dicono che hai la bellezza del diavolo. Quando sei adulta devi fare i conti con la realtà. Comincia il “vediamo chi sei veramente”».

Si risposerebbe ancora?
«A 17 anni il mio fidanzatino dell’epoca mi diceva: come sarai a 40 anni? Eravamo in macchina, mi guardai nello specchietto e i 40 anni mi sembravano lontanissimi. Poi, proprio a quell’età ho dato alla luce la mia prima figlia, e forse è stato il momento più felice della mia vita. Come faccio a sapere cosa sarò o farò?».

Le cose, nella vita, vanno cercate o sono loro a trovarci?
«Chi cerca trova. È la legge della sincronicità, la coincidenza di trovare proprio le cose che cerchi. Se sai già cosa vuoi sei avvantaggiato. Io sin da piccola sapevo che volevo fare l’attrice. Nella mia famiglia non c’erano artisti. Mio padre aveva un’agenzia di autotrasporti. Mia madre si è sempre occupata di me. Ma io vedevo una fotografia e restavo estasiata, guardavo un film e ci entravo dentro. A 15 anni compravo i libri di Helmut Newton e Bruce Weber. Le mie amiche non sapevano neanche chi fossero».

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Le sue bambine che indole hanno?
«La più grande ama cantare e le ho preso una maestra di canto, la piccola ama la danza. Sono cose che hanno scelto loro».

Hanno sofferto per la separazione dei genitori?
«Ho cercato di proteggerle come potevo. Ma non so nel loro profondo come possano averla vissuta. Penso, però, che anche le difficoltà e il dolore ci formano».

Hanno avuto una vita più facile delle altre bambine della loro età?
«Sanno cinque lingue, hanno vissuto in città, ambienti diversi. Non penso di aver offerto loro sempre una vita facile. In certe cose sono avvantaggiate, in altre no».

Un po’ di tempo fa ha elogiato il fatto di essere single.
«Un momento di ricostruzione personale è necessario per capire. È sano avere dei momenti di solitudine. Ma non devono essere troppo lunghi».

Quindi non è più sola?
«Non parlo della mia vita. Sono stata sposata con Vincent, eravamo personaggi pubblici e non era possibile nascondersi. Ma ora sono tornata alla mia privacy».

In un uomo cosa la conquista?
«Quando ero giovane cercavo storie maledette, lo scontro col diavolo, la sfida, il pericolo. In realtà cercavo, attraverso gli altri, il diavolo che è in me, le mie parti sconosciute. È interessante, ma alla fine diventa sterile».

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E oggi cosa vuole da una relazione?
«Gentilezza. Se penso che una volta un uomo gentile mi avrebbe annoiato! Non lo avrei neanche guardato. Ora rivaluto gentilezza e signorilità. Parlo dell’animo, le maniere le sanno usare tutti».

Malèna, Irreversible, Mozart in the Jungle: come mai le affidano spesso ruoli estremi?
«Ho esplorato spesso il limite. Essere un’attrice è anche questo: entri in ambiti che mai potresti toccare, vivi emozioni assolute. E questo aiuta anche a superare le paure, a viverle in un altro modo».

Recitare aiuta a vivere meglio?
«Per molti artisti è l’unico mezzo per sopravvivere. Penso ad Anna Magnani. Ha avuto una vita durissima e fare l’attrice era il solo modo che aveva per evadere da una quotidianità che non aveva niente di roseo. Trasportava “borse di vita” pesanti sulla schiena che poi si
riflettevano sul suo volto».

Ne parla come se ce l’avesse davanti.
«Qualche anno fa mi hanno regalato un suo ritratto dove non ha le borse sotto gli occhi. Capisci che è lei, ma non c’è quel suo tipico dolore sul viso. È un disegno straordinario che tengo in camera mia, a Parigi. Tutte le volte che lo guardo penso che senza quel dolore viene fuori tutta la sua femminilità. Non vedi più nessuna durezza sul suo volto, solo una dolcezza infinita».

DI ANTONELLA FIORI

Photographer: Philippe QUAISSE


Published by: admin
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