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F (ITALIA): IN COPERTINA Monica Bellucci

«Come va? Tutto bene?». La prima domanda è lei a farla. Ed è come ritrovarsi. “Lavoro, sto a casa”, rispondo. «Beato chi oggi può lavorare da casa, soprattutto per scrivere». Stavolta non parliamo di !lm, di progetti, di futuro con Monica Bellucci. Stiamo ferme su questo presente, su questo ora. Anche se l’uragano non è ancora passato, anche se sarà una nottata lunga, c’è una luce in fondo a questa crisi, per Monica Bellucci. Ce la faremo? «Intanto siamo vive, siamo ancora qua. Siamo tutti sulla stessa barca, nella stessa condizione», dice l’attrice, che dopo lo scoppio della pandemia si è trasferita nel Sud-Ovest della Francia, costa atlantica, per quello che de!nisce il suo «con!namento». Lo ha fatto per le sue bambine, Deva, 15 anni, e Léonie, 9, che così si possono incontrare anche con il padre, Vincent Cassel, che sta in una casa accanto. Dalla !nestra, oltre il giardino, il mare. «Non possiamo uscire, ma lo vediamo, da lontano».

Come va, Monica?
«Stiamo tutti bene. Io sono qua sulla costa basca dal 17 marzo con le bambine. Léonie è venuta con un’amica e anche Deva: non sono sola, non siamo sole».
Com’è stato l’impatto con il coronavirus?
«Ho avvertito come un’onda che ha preso una forza enorme, uno tsunami. Nel momento in cui abbiamo sentito che arrivava eravamo già tutti travolti. Non c’è stato modo di fare prevenzione. Quando ne abbiamo sentito parlare era già tra noi».
In Francia che cosa sta accadendo?
«La situazione è tragica. Le rianimazioni sono piene e i francesi hanno chiesto aiuto alla Svizzera e alla Germania. All’inizio c’era chi diceva che era solo un’in!uenza, ma poi sono arrivati i morti, una quantità enorme di morti. Si è capito che questo virus costa la vita a tanta gente, porta dolore a tante famiglie. Io parlo con persone a Parigi che o sono malate o hanno persone malate vicine».
Quando ha preso la decisione di lasciare Parigi?
«Quando ho sentito un ministro dire alla tv che solo a metà giugno si sarebbero visti dei miglioramenti. Era metà marzo, mancavano tre mesi. A quel punto sono partita. Mi sono sentita come se avessi preso l’ultimo treno, da lì non mi sarei più potuta muovere».
Fino ad allora cos’era successo?
«Stavo interpretando Maria Callas a teatro. Ricordo la telefonata che mi è arrivata un venerdì pomeriggio: da stasera lo spettacolo non c’è più. Era comprensibile, vista la situazione. Da allora tutto si è congelato».
Fermarsi, per lei cosa signi!ca?
«Come per tutti, stare a casa vuol dire prendere un altro ritmo. Nel mio caso, poi, signi”ca occuparmi delle bambine mentre fanno lezione a scuola in videoconferenza».
C’è qualcosa di interessante in questa nuova vita?
«Sì, per esempio ho compreso che quello degli insegnanti è un lavoro incredibile. E alcuni sono davvero eccezionali. Sono gli altri adulti che i ragazzi vedono oltre i
genitori. Hanno un’importanza sociale enorme».
Le sue !glie come l’hanno presa?
«All’inizio sono state contente di non andare a scuola, ma più passano i giorni più si rendono conto che andarci non era poi così male».
Che cosa le manca di più?
«Siamo con”nati in prigioni d’oro, le nostre case, rispetto a chi rischia la vita ogni giorno come il personale ospedaliero, però abbiamo solo un’ora d’aria. È come se fossimo tornati tutti bambini a cui dicono come muoversi dalla A alla Z. Ma non c’è altro modo di agire: dobbiamo cooperare stando a casa pensando che ne va della nostra vita e di quella degli altri».
Pensa mai che per tanto tempo non potrà più prendere un aereo, viaggiare, lavorare?
«Io mi sveglio la mattina e apprezzo di essere viva. Tutto il resto viene dopo. Fortunatamente sto bene, sono in grado di accudire le mie “glie. Già se esco da questa situazione ringrazio la vita».
Che cosa è importante per lei oggi?
«Essere obbligata a fare solo cose essenziali fa comprendere quanto di super!uo ci sia nelle nostre vite. Le cose importanti sono poche: gli a#etti, l’amore, l’amicizia. E poi è importante che lo Stato si occupi della gente non protetta, tutti quelli che se non lavorano non possono dar da mangiare ai loro “gli. Un’altra cosa è non lasciare le persone sole, soprattutto se anziane. Se non muoiono di coronavirus muoiono di depressione. Per loro ci deve essere un aiuto dalle istituzioni».
Riesce a leggere, a vedere !lm?
«No, ma credo sia così per tanti che hanno due, tre bambini in casa. Devi preparare da mangiare, far fare i compiti. Chi vive una vita familiare non ce la fa».
Sta in pigiama, si trucca?
«Un po’ mi trucco, ma resto anche molto al naturale. Resto più in vestaglia che con un tubino nero. Sono come tutti gli altri, siamo tutti con”nati nella stessa situazione».
Cosa ci accomuna?
«Il fatto che siamo tutti sospesi, in attesa che succeda qualcosa».

Anche lei va alla ricerca di guanti, mascherine?
«Nelle farmacie francesi non ci sono neanche i disinfettanti. Tutto è razionato. Le mascherine poi le danno solo per i casi gravi».
Come vede il dopo?
«Dovevo girare un “lm a “ne marzo, un altro a giugno. Quando si ricomincerà? Non si sa. Sappiamo solo che dobbiamo avere meno contatti possibile. E aspettare che il mondo della medicina venga fuori con una scoperta che non ci faccia più avere paura di questo virus».
Ha paura?
«So che il Covid-19 è una malattia molto pericolosa, ma non è la peste nera. Si tratta di un’epidemia grave, ma ce ne sono state di peggiori cui l’umanità ha sempre fatto fronte. Siamo tecnologicamente più avanzati di un tempo. E io non voglio vedere la catastrofe, voglio vedere la luce».
Come ce la faremo?
«Non lo so, ma l’uomo ha grandi capacità di adattamento. Quando “nirà tutto scopriremo quale sarà il mondo nuovo a cui dovremo adattarci. Credo che ci saranno nuove leggi economiche e politiche. Intanto ci stiamo rendendo conto che certi comportamenti e certe maniere di vivere forse non funzionavano più. E anche della caducità della vita, del fatto che dobbiamo relativizzare molte cose. E in”ne che gli abbracci, le relazioni, gli a#etti sono le cose per cui la vita merita di essere vissuta».
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